Il blog di Viola Venturelli

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Startupper, se non hai i soldi stai alla larga dalle banche

Lunedì scorso ho avuto modo di parlare con l’amministratore delegato di CheBanca! Christian Miccoli, Riccardo Luna – tra le altre cose oggi direttore di CheFuturo! – e Silvia Vianello, professoressa di Marketing allo SDA Bocconi di startup e finanziamenti, di cultura del fallimento e di soldi (in foto). Tema: retail banking tra digital e social, ma non solo: dati i protagonisti, non si è potuto fare a meno di parlare di startup e innovazione, visto che CheFuturo! è un progetto promosso da CheBanca! dove scrivono alcuni dei più rinomati protagonisti dell’ecosistema ‘startupparo’ italiano.

Che_banca_Luna_Vianello_miccoli

Mi si sono subito drizzate le orecchie quando Vianello ha affermato che ‘alle startup non servono tanto i soldi quanto la visibilità e le idee per farsi conoscere. Diceva, supportata da Miccoli, che i soldi sono un problema relativo, che è più importante sapere che le startup esistono, che non far avere loro dei finanziamenti. Ma come? Qualche giorno fa leggevo proprio su CheFuturo un post firmato da Stefano Bernardi che incitava i media a smettere di dare visibilità agli startupper, che sennò si montano la testa e vanno a fare gli showman invece di lavorare (sto estremizzando, andatevelo a leggere perchè è interessante), che riprendeva a sua volta un post di Antonio Lupetti che viaggiava sulla medesima linea d’onda.

Parliamo del contenuto: giustissimo.Facciamo parlare la startup invece delle ‘facce‘: verissimo. Scriviamo contenuti utili per gli startupper anzichè sparare i titoloni sensazionalistici modello ‘startup made in Italy: corretto, qui cerchiamo di farlo sempre eppure le mie visite non sono neanche un decimo rispetto a chi le spara più grosse (tanto per capirci).

Ma qui quello che io contestavo era un’altra cosa: come facciamo a dire che i soldi non servono agli startupper, che è meglio dar loro visibilità piuttosto che denaro? Non tutti partono con una ‘base’ di 100,200 o 500 mila euro per aprire la loro startup. Non tutti conoscono le ‘insidie’ dei confidi o dei bandi per ottenere un finanziamento e soprattutto, non tutti gli imprenditori potrebbero permettersi una seconda chance. Una startup andrebbe scelta, curata, fatta crescere, formata aiutandola a costruire un business plan. Perché qui entriamo in un altro campo molto poco battuto dai media e, di conseguenza, noto al pubblico: non tutti gli startupper sanno come si fa un business plan o che cos’è un pitch. Alcuni hanno conoscenze molto acerbe. Non per questo un giovane o meno giovane imprenditore ha un’idea meno valida di un altro che oltre ad averla ha anche i soldi.

“Ma io come faccio ad essere sicuro che la startup funzioni? Se investo e poi non va bene, ho perso tutto” obietta Miccoli. Questo a mio avviso per prima cosa fa parte del rischio imprenditoriale, e in secondo luogo a maggior ragione deve spingere l’investitore (business angel o venture capitalist, pubblico o privato che sia) a incubare la startup, dunque fornirle gli strumenti per progettare un modello di business vincente, che porti profitti, che sia replicabile su larga scala, che consenta di ottenere proventi a pochi anni dalla nascita. Il rischio imprenditoriale se lo deve prendere l’investitore, è lui che ha le spalle più larghe. Oggi ci sono alcune iniziative che si muovono in questo senso, come le StartCup che coinvolgono le università su tutto il territorio italiano, o – nel caso delle banche – la GSVC di Intesa SanPaolo che offre a un panel selezionato di neoimprenditori, grazie alla collaborazione con lo startup program dell’universitá di Berkeley, la possibilità di essere scelti da investitori italiani o esteri che svilupperanno la loro idea.

Con quella che è sicuramente una provocazione, Miccoli spiegava che “se una startup non riesce a trovare nemmeno i soldi, allora è meglio che non si affacci al mondo dell’imprenditoria…’ e – aggiungo io – non si faccia neanche vedere dagli investitori privati. Anche noi abbiamo scritto qui, in un post molto seguito, che i soldi non sono tutto per uno startupper, però qui senza dubbio le conclusioni sono portate all’estremo… E voi? Cosa rispondete a questa provocazione? Cosa vi serve o vi è servito per lanciare la vostra startup? Cosa ne pensate del tema soldi/necessità? Qual è stata la vostra esperienza nella ricerca di aiuti esterni per il vostro business?

Aspettiamo i vostri racconti su mediaepotere!

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Aggiornamento: Riceviamo e pubblichiamo la precisazione della Vianello rispetto al suo intervento mosso dalla nostra domanda.

In conferenza ho specificato che la disoccupazione ha fatto aumentare il numero di startup. Ho detto che però ci vuole molto spirito critico per valutare la vera potenzialità di una startup, in quanto ci sono startup con talenti, con skills, con esperienze imprenditoriali, esperienze all’estero, con business plan fatti molto bene, che sanno fare una buona presentazione in pubblico della loro idea. Ed altre no. Ho detto che per avere visibilità mi scrivono moltissime startup per venire nella mia trasmissione Smart&App ed è nostro compito comprendere quelle che hanno potenziale e quali no. Non è un caso che tutti quelli che vincono le competizioni Nazionali ed Internazionali dove vincono finanziamenti nella maggior parte dei casi sono già passati in trasmissione. Ho detto che le startup hanno molto bisogno di finanziamenti, ma che devono comprendere che in taluni casi possono cercarli anche all’estero, nei vari poli dell’Innovazione presenti nel Pianeta, se non li trovano in Italia, e di non fermarsi ai primi no in Italia perchè i capitali qui sono inferiori e la competizione alta.

Informazioni su violaventurelli

Giornalista professionista e pr, si occupa di media, attualità, politica.

10 commenti su “Startupper, se non hai i soldi stai alla larga dalle banche

  1. Pingback: Spaghetti Startup | Roberto Chibbaro

  2. Romolo Stanco
    20/09/2013

    Il meccanismo di credito bancario è chiaro e noto, non biasimabile e non criticabile. Si può passare giorni a discutere se le banche siano vittime (del sistema economico) o carnefici (del sistema economico). Il fatto è che il credito viene concesso quasi esclusivamente a chi offre garanzie personali poichè (mi concedo ancora uno “spesso”) le banche italiane non hanno le competenze per valutare e giudicare le potenzialità di progetti start-up ancora di più se si tratta di iSRL o start up innovative.

    Il business model di queste ultime è spesso complicato, con mercati difficilmente paragonabili a situazioni imprenditoriali convenzionali.
    La proprietà o la licenza di brevetti, di contenuti di ricerca non viene mai valutata economicamente dalle banche (anche a fronte di stime economiche) come un valore di garanzia e chi cerca di finanziarie una iSrl si trova equiparato a chi vuole finanziare un negozio di t-shirt di tendenza.

    Competenze all’interno delle banche non credo possano essercene (le iSrl sono neanche 900 in Italia, non si giustificherebbe una figura professionale per ogni filiale o area destinata a quello) e dovrebbero essere troppo estese per comprendere la reale portata dei progetti.

    Ciò è male.

    Il decreto Zanonato http://www.giovaneimpresa.it/index.php?option=com_content&view=article&id=754&Itemid=677 un tentativo l’ha fatto ma qualsiasi istituto di credito io abbia interpellato fino ad ora non lo prende neppure in considerazione (e si tratta di un decreto, una Legge dello stato italiano non di un consiglio…).

    Concedere credito a chi ha possibilità di solide garanzie è un gioco troppo facile se per garanzie si considerano esclusivamente le risorse economiche. Quando si valuteranno progetti, idee, brevetti, riscontri stampa come valore in base al quale “poter avere una maggior certezza che una start up funzioni” forse si inizierà ad avere meno paura e a concedere possibilità a chi un paese potrebbe farlo crescere davvero.

    rO_

  3. alesantambrogio
    28/11/2012

    Francamente la citazione di Miccoli che riporti “Ma io come faccio ad essere sicuro che la startup funzioni? Se investo e poi non va bene, ho perso tutto” mi sembra molto ingenua.
    Innanzitutto, con i tempi che corrono, non è solo l’investimento in una startup a essere un rischio, ma in qualsiasi attività imprenditoriale, anche di lungo corso. E questo è il motivo per cui le banche centellinano il credito all’impresa.
    E poi perché non si può paragonare un investimento in una startup (investimento, appunto) con il credito all’impresa. Chi investe in una startup sa che il rischio è maggiore. Non è un caso se i venture capitalist hanno pipeline di progetti, di cui sanno che una percentuale non produrrà mai reddito.

    Anche l’altra affermazione “se una startup non riesce a trovare nemmeno i soldi, allora è meglio che non si affacci al mondo dell’imprenditoria…” mi lascia perplesso. Siamo sicuri che Miccoli viva in Italia?
    L’accesso al credito – e mi risulta che CheBanca sia parte del sistema creditizio – per una startup è pressoché impossibile a meno di fornire tali e tante garanzie che conviene forse vendere tutto e finanziarsi da soli
    I Venture Capitalist in Italia sono più rari di mosche bianche e il concetto di rischio, nel Paese del posto fisso, è duro ad attecchire.

    Quindi quali porte si aprono a chi cerca capitali? E quale ruolo vogliono / devono avere le banche nel supportare le startup?
    Alessandro

    • violaventurelli
      30/11/2012

      Ciao Ale mi fa molto piacere ricevere da un imprenditore serio e competente come te una risposta a questo articolo. Condivido appieno quanto scrivi e quello che ha stupito molto anche me nei vari scambi avvenuti è proprio l’ingenuità – almeno su un piano ‘superficiale’ di dialogo – di alcune valutazioni. Non dovrebbero essere le banche le prime a conoscere il mondo imprenditoriale e i rischi legati all’attività? Non dovrebbero proprio loro essere quelle che forniscono risposte anzichè domande, e avere un livello di alta consapevolezza dell’importanza che può avere la fiducia da parte dell’investitore nel rilancio dell’economia italiana?
      A questo proposito copio qui anche un altro commento di un amico libero professionista (https://www.facebook.com/pasqualecarbonara) che su Fb mi scrive:

      La verità è che le banche sono l’ultimo posto dove cercare un finanziamento o una linea di credito per una nuova impresa, non a caso in Italia regna ed imperversa la politica del 30-60-90 che non è il famoso trio di misure delle nostrane miss, ma la dilazione di pagamento che le aziende fanno ai loro fornitori ed ai loro clienti.In pratica il rischio se lo carica la filiera e non la banca.Ma alla fine i conti delle aziende ed i loro guadagni dove sono? E’ l’ora che le aziende comincino a valutare l’idea di crearsi dei depositi privati e tagliare la loro liquidità a queste banche con la b minuscola (proprio come il rating che detiene l’Italia in questo istante!), perchè son buoni solo a far la voce grossa con la comunità europea (minacciando di non investire nelle imprese o nei mutui, cosa che continuano a non fare!) quando si tratta di farsi dar soldi all’1% e reinvestirli in debito nazionale (che li remunera dal 3,5 al 9% netto!!!) per poi poter ricattare appunto la nazione ed infischiarsene di concedere un mutuo che gli renderebbe al netto molto meno di un titolo italico.E’ troppo bello fare i banchieri così, non vi pare?.

      Una risposta alla tua domanda sulle porte che si potrebbero aprire per chi cerca capitali possono essere le fondazioni (bancarie, ancora una volta!), anche se si contano sul lanternino e che io sappia solo Fondazione Cariplo fa qualcosa di realmente concreto. La mia domanda è un’altra alla luce di tutte queste considerazioni: possibile che ancora non si riesca ad affrancarsi da quella comunemente chiamata ‘terza via’ all’accesso al credito, vale a dire i prestiti dei parenti o degli amici più stretti? A me allo stato delle cose mi sembra l’unica via percorribile (chiaro che parliamo di investimenti minimi).

  4. Silvia Vianello
    28/11/2012

    Ma come ti permetti di mettermi in bocca una cosa del genere?
    “Mi si sono subito drizzate le orecchie quando Vianello ha affermato che ‘alle startup non servono tanto i soldi quanto la visibilità e le idee per farsi conoscere. Diceva, supportata da Miccoli, che i soldi sono un problema relativo, che è più importante sapere che le startup esistono, che non far avere loro dei finanziamenti.”

    • violaventurelli
      28/11/2012

      Ne abbiamo parlato durante la conferenza stampa… in quale punto non si riconosce esattamente? Mi sembra che la questione della visibilità e della relativa importanza del denaro per una startup sia stata proprio tirata fuori da lei in quell’occasione, ma se ho riportato in modo incorretto, può mandarmi un suo virgolettato che integrerò nel pezzo. grazie

      • Silvia Vianello
        28/11/2012

        Cara Viola non scherziamo su certe cose, io ho detto che la disoccupazione ha fatto aumentare il numero di startup. Ho detto che però ci vuole molto spirito critico per valutare la vera potenzialità di una startup, in quanto ci sono startup con talenti, con skills, con esperienze imprenditoriali, esperienze all’estero, con business plan fatti molto bene, che sanno fare una buona presentazione in pubblico della loro idea. Ed altre no. Ho detto che per avere visibilità mi scrivono moltissime startup per venire nella mia trasmissione Smart&App ed è nostro compito comprendere quelle che hanno potenziale e quali no. Non è un caso che tutti quelli che vincono le competizioni Nazionali ed Internazionali dove vincono finanziamenti nella maggior parte dei casi sono già passati in trasmissione. Ho detto che le startup hanno molto bisogno di finanziamenti, ma che devono comprendere che in taluni casi possono cercarli anche all’estero, nei vari poli dell’Innovazione presenti nel Pianeta, se non li trovano in Italia, e di non fermarsi ai primi no in Italia perchè i capitali qui sono inferiori e la competizione alta.
        Per cortesia cambiare l’incipit dell’articolo, grazie.
        Silvia Vianello

  5. Federico Fratta
    28/11/2012

    Ad una startup serve il capitale di rischio e questo sarà di entità tanto maggiore, quanto più lungo sarà il periodo di tempo previsto prima di:

    – iniziare a monetizzare;

    OPPURE

    – avere una traction rilevante per apprezzarsi cedendo convertible debt/equity onde potersi rifinanziare per raggiungere il punto precedente.

    Alla luce di questo, “i soldi non sono tutto” è corretto: è la traction ad essere tutto (ottenibile con un buon mvp, marketing d’eccellenza e così via).

    Ovviamente però occorre avere la possibilità di sopravvivere per poterla innescare.

    Detto ciò, una startup senza ALMENO 50-100k per il primo anno non è avviabile; del resto gli incubatori offrono programmi da 30-50k e servizi per circa 6 mesi di incubazione a fronte di un 5-15% in equity.

    Più capitali ci sono e più prospettive si aprono, fra cui anche la non essenzialità di un Business Model solido perchè a quel punto la scommessa potrebbe essere un m&a di alto livello (vedi Instagram).

    In ultimo, riguardo al “Ma io come faccio ad essere sicuro che la startup funzioni? Se investo e poi non va bene, ho perso tutto”, è evidente che chi investe nella startup non lo fa sottoforma di un finanziamento (e quindi a fronte di una minima percentuale sul finanziato) ma di investimento speculativo ad altissimo rischio (e quindi a fronte di un ritorno di almeno 3x).

  6. Roberto Chibbaro
    28/11/2012

    Semplice, facile e coinciso: se ti affacci al mercato di rischio, sai che hai del rischio. Se no hai sbagliato settore, fai il banchiere, fallo tradizionale, lascia il campo a chi vuole rischiare.

    • violaventurelli
      28/11/2012

      Sono perfettamente d’accordo, e aggiungo anche che una banca secondo me non dovrebbe fare questa domanda al pubblico, ma anzi dovrebbe avere una risposta nel momento in cui il pubblico, imprenditore o curioso che sia, si rivolge a lei per chiedere una partecipazione al modello di business o un finanziamento.

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