Il blog di Viola Venturelli

Racconto storie. Parlo di Startup e Lavoro. Giornalismo e Marketing. Cibo e ambiente.E di ciò che mi passa per la testa.

WhatsApp a pagamento, una inutile bagarre

Qualche mese fa sono rimasta molto colpita dalla bagarre che si è scatenata in rete per la scadenza dell’anno di prova gratuito del servizio WhatsApp e il pagamento dell’ingente somma di 0.89 centesimi di euro all’anno.

Qualcuno ha persino levato gli scudi contro la limitazione della ‘libertà di espressione su internet’. Altri si sono scandalizzati perchè – pensa un po’! – per farsi pagare WhatsApp chiedeva addirittura i dati della carta di credito. Come pensavate di pagare un servizio online, coi Traveller’s Cheque di Thomas Hook?!? Ogni volta che acquistate un prodotto online lasciate i dati della vostra carta di credito, e alcuni siti – a torto – li tengono pure in memoria.  Ma va beh, sorvoliamo anche su questa motivazione.

people at phone

Alcuni amici mi hanno scritto preoccupatissimi in chat private: “scaricati Viber, che puoi fare pure le videochiamate! Scaricati questo, quell’altro, quell’altro ancora!”. Allarmatissimi perchè tra i dieci sistemi di messaggistica istantanea che possiedo sul mio smartphone e che puntualmente me lo impallano o mi fanno venire la cervicale, uno avesse smesso di funzionare. Che poi diciamolo, sono tre mesi che l’anno di prova era scaduto e ogni mese si auto-rinnovava per un altro mese ancora.

Comunque. Il punto non è questo. Il punto è che ho pagato il servizio. E ho speso addirittura 2,40€ per l’abbonamento triennale. È la prima app che compro, e ho gettato oltre l’ostacolo la mia ormai proverbiale tigneria semplicemente per un motivo molto pratico: WhatsApp mi ha fatto risparmiare – stando stretti – 770 euro in un anno.

Ho fatto due conti. Primo: in un anno ho mandato 7.723 messaggi con WhatsApp. Secondo: contenuti multimediali inclusi, ho consumato in un anno in totale meno di 35 MB di rete: l’1,5% di quanto ho a mia disposizione ogni mese. Terzo: Quando non c’erano ancora le all inclusive (che sottolineo, non tutti i possessori di cellulare hanno sottoscritto), gli sms costavano 0,10 centesimi di euro l’uno, gli mms 1€. All’estero gli sms mi costavano dagli 0,50 ai 2€ ciascuno, a seconda della fascia terracquea dove facevo le mie vacanze.

Tralasciamo le ultime due opzioni che mi hanno fatto recapitare a casa bollette da oltre 100 euro per dieci giorni di vacanza, ho calcolato solo le spese ordinarie (sms dall’Italia).

Se avessi mandato tutti quei messaggi tramite sms, in un anno avrei speso 772,30 €. Facendo il calcolo inverso con gli 0,89 € dell’abbonamento annuale (anzi, gli 0,80 del triennale), ho speso 0,00010 € per ogni messaggio spedito con l’applicazione dal fumettino verde. Tra l’altro le mie riflessioni sono state anticipate di poco (cazzo, eppure me l’avevan detto il primo giorno che le notizie scadono) da questo articolo del Corrierone, che prevede a breve il baratro per tutte le Telco che non si adegueranno a questa ‘rivoluzione digitale’.

Quindi tutto questo per dire che: contate fino a dieci prima di dare aria alla bocca, ragionando su quando e chi pagare quando qualcosa è utile (neanche gli sviluppatori di WA vivono di aria, fidatevi), e sostenete le startup.

Intanto fatevela ‘na risata.

Informazioni su violaventurelli

Giornalista professionista e pr, si occupa di media, attualità, politica.

4 commenti su “WhatsApp a pagamento, una inutile bagarre

  1. davide
    19/11/2013

    Vero Viola, non bisogna svendersi anche se a volte è dura ci sono molte persone che sono disposte a lavorare quasi gratis e rovinano poi il mercato a chi si impegna davvero.
    Rispetto alla diatriba WA, della quale ho letto e sorriso tempo fa su vari giornali, mi sono fatto la stessa domanda. Ma WA ti piace? si. Ti fa risparmiare? si e tanto. E’ leggero per lo smartphone e allora io un euro all’anno te lo do perchè è valido il tuo prodotto ;-)
    Sono pochi i pensieri

    • violaventurelli
      19/11/2013

      bravo Davide… per giunta è meno di un euro! io ho fatto l’abbonamento per tre anni di fila..

  2. Marco Bertoncini
    09/07/2013

    Senza contare che non capisco perché una società che ti fornisce un servizio non debba essere pagata per questo (89 centesimi all’anno, peraltro).

    Google ci ha abituati (molto) male. Al di là della classica (e vera) formula dell’«If you’re not paying for the product, you’re the product being sold», le startup vere e sensate non sono quelle che hanno una buona idea e la realizzano bene. Sono quelle che hanno una buona idea, la realizzano bene e la rendono sostenibile.

    • violaventurelli
      11/07/2013

      Certo, e qui si apre una parentesi sui pagamenti e sul valore del lavoro… Limitandosi all’ambito di una piccola startup o di un freelance, se offri un servizio ad un cliente a 10 e ad un altro a 100 succedono fondamentalmente due cose: 1, che al cliente a cui l’hai offerto a dieci difficilmente riuscirai ad aumentare, negli anni successivi, la richiesta monetaria a fronte anche di un aumento di servizi, e comunque dovrai sempre farlo in proporzione alle cifre che lui si aspetta perchè tu gli hai messo in testa che il tuo servizio vale 10, quindi domani che aggiungi qualcosa d’altro non potrai aggiungergli 30 ma magari 5; secondo, che entrambi, tanto quello che di dà dieci quanto chi ti versa 100 pretenderanno lo stesso livello di impegno, attenzioni e professionalità perchè per loro il valore della tua merce (prodotto, servizio, consulenza, articolo) è quello. Sei stato tu a svalutarti e quindi fai una doppia fatica per raggranellare due lire. E l’anno dopo non puoi dire neanche ciao, grazie, non mi interessi più, perchè ancora non hai un parco clienti sufficientemente grosso. La regola secondo me è stabilire il valore di un servizio e offrirlo a quella cifra lì. Chi non se lo può permettere aspetterà il suo turno.

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