Diario di spezie Massimo Donati, Edizioni Mondadori
Diario di spezie Massimo Donati, Edizioni Mondadori

Premetto che non sono una giornalista che si occupa di critica letteraria e che non ho mai recensito un libro (non è vero, una volta l’ho fatto su Amazon). Ma essendo giornalista (nonchè una lettrice con un certo pedigree) mi fregio della proverbiale spocchia di categoria per erigermi ad opinionista di un nuovo libro che ho appena finito, e divorato. È Diario di spezie, romanzo noir d’esordio del bravo Massimo Donati, che nella sua poliedrica carriera è stato ed è fisico, regista e anche scrittore.

Una mente poliedrica e un po’ cupa da cui mi sono lasciata trasportare leggendo il suo romanzo, la storia di un cuoco e di un restauratore di opere d’arte, professionista famoso e affermato quest’ultimo, cuoco con sogni di gloria infranti dalla moglie e dal ristorantino di provincia il primo, che si immergono in un torbido e irreale viaggio in terra tedesca venato da duplici fini e segreti atroci.

Ma è anche la storia di un ispettore belga che indaga su casi irrisolti di abusi su minori tragicamente conclusisi con un omicidio, un tema molto delicato che mi ha anche fatto molto riflettere se parlare o meno di questo libro. Mi sono chiesta in particolare se tutti noi che non abbiamo mai subìto abusi da piccoli siamo in diritto di parlarne, pure di leggerne.

massimo donati diario di spezie
Massimo Donati, l’autore di ‘Diario di spezie’

La maestria dell’autore sta nel raccontare senza dire, nel ricordare senza esplicitare, insomma parlare di cose abnormi e mostruose senza mai usare un linguaggio crudo e ‘verace’, aiutandosi con il riverbero di luci, suoni, parole lontane e vicine che pur non raccontando imprimono un’orrore nella nostra mente, man mano che leggiamo.

Leggere il libro – che a parte le prime cinque o sei pagine un po’ farraginose -, poi scorre senza tregua sotto le mani dell’avido lettore significa non tanto individuare il colpevole, che si delinea ben chiaro nella mente del lettore una volta compresa la struttura spazio-tempo del romanzo, quanto capire cosa c’è sotto, scoprire i segreti nascosti di ciascun personaggio, capirne gli impercettibili movimenti della mente, traditi da espressioni sul volto che momentanee si disegnano e poi subito scompaiono, o le paure che si annidano nel loro inconscio.

Anche senza conoscere l’autore emerge con evidenza la potenza di un racconto per immagini, oserei dire quasi cinematografico: alcune pagine sembrano uno storyboard che con precisione indica dove posizionare una scarpa, un vaso, una valigetta dentro lo schermo della macchina da presa. E non è detto che sia un male. È un libro coraggioso, che obbliga il lettore a riflettere, a tornare freneticamente indietro tra le pagine per intercettare le connessioni temporali, i passaggi tra un personaggio e l’altro non sempre diretti e comprensibili, che obbligano all’attenzione e alla minuziosa cura dei particolari. Vorrei raccontare molte altre cose, molte altre sensazioni come la bocca impastata e la gola secca mentre leggevo certi passaggi, ma non lo farò. Tocca a voi.

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