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Ho letto con grande interesse qualche giorno fa un articolo sul Sole 24 Ore che racconta la storia e le prospettive di Cortilia, il nuovo marketplace alimentare che riunisce la domanda cittadina con l’offerta contadina microimprenditoriale di prossimità, il tutto completamente online. Dopo due anni fatturano 100k al mese operando soltanto in alcune province lombarde, perciò niente male. Sicuramente hanno intercettato un bisogno non ancora soddisfatto da parte della popolazione che è quello del mangiar sano e saporito, non necessariamente bio, minimizzando l’impatto ambientale delle proprie scelte – il che significa filiera corta, chilometro zero e, soprattutto per me, stagionalità.

Non sono gli unici come dimostra l’esperienza di Nostrale, un altro progetto molto interessante guidato dall’agronomo Davide Ciccarese che per primo a Milano ha avuto l’obiettivo di portare la campagna in città e viceversa, e che poi si è differenziato offrendo anche servizi didattici e di consulenza e puntando su iniziative a carattere sociale come gli orti nelle periferie.

Ci sono poi gli orti urbani, che a Milano e in alcune altre città stanno sempre più prendendo piede perchè garantiscono a un numero sempre maggiore di famiglie la sovranità alimentare e l’autosostentamento. Cito a titolo di esempio il Comune di Milano, che di recente ha aperto un bando di assegnazione di appezzamenti per fare l’orto in Zona 7 nei parchi o in zone ancora verdi e dismesse, o i Seminatori di Urbanità, che oltre a coltivare verdura nell’Ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini, stanno mobilitando la cittadinanza contro l’edificazione di un’area verde della periferia nord di Milano.

Insomma c’è una fetta interessante di cittadini che stanno riscoprendo il valore dell’agricoltura e delle materie prime (sottolineo cittadini perchè, nelle campagne e nelle zone rurali, l’eticità dell’agricoltura non è mai venuta meno). Senza dubbio attività come queste hanno dei costi di logistica e di trasporto piuttosto elevati e sicuramente Cortilia in questo si è dimostrato il service più efficiente. È comprensibile anche il fatto che, superato un primo periodo ‘promozionale’ che ha consentito all’azienda di portare a 23.000 il numero dei suoi clienti in soli due anni, i costi dei prodotti siano aumentati. Riconosco l’eccellente servizio di assistenza clienti che, vi garantisco e vi garantirà chiunque mi conosce, ho tartassato di richieste ed esigenze sin dal primo giorno di abbonamento. Io mi servo da Cortilia da marzo 2013 e in generale acquisto frutta e verdura ‘del contadino’ da un paio d’anni.

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Tuttavia quello ancora non accetto è il costo superiore alla media e oltretutto in costante aumento della frutta e della verdura (e dei collaterali) acquistata con questi servizi: la cassetta che prima pagavo 15€ ora mi costa 25€, con un rincaro del 70%, o del 25% se non calcoliamo quei 5€ di consegna premium che venivano scontati promozionalmente ma ci limitiamo a osservare l’aumento del costo della materia prima: sino a 5€ al chilo per frutta e verdura, non importa quale. Quello del prezzo è sempre un argomento tabù, quando ne parli con i venditori e i produttori ti guardano come un vile e rozzo plebeo.

Sono le ‘novità’ scomode che impattano sui clienti di tutti questi marketplace: aumento dei prezzi, difficoltà organizzative relative al ritiro, introduzione di quote da pagare per soddisfare i costi di spedizione, conversione di servizi ‘di serie’ a benefit ‘premium’… Insomma: io penso che il modello imprenditoriale di questo tipo di imprese possa funzionare a patto che non pesi tutto sul consumatore. Che sia sostenibile per entrambi. La filiera corta dovrebbe costare di meno: ci sono meno passaggi, meno intermediari , è vero ci sono più costi perchè l’imprenditore produce poco e si autofinanzia ma comunque vengono ridotte le spese di trasporto, imballaggio e l’agricoltore di base viene pagato di più di quanto potrebbe dargli la GDO per immense quantità di cibo, e ha dei costi più contenuti per lo stesso motivo.

Viviamo in un mercato competitivo e in crisi: se non si trova una soluzione a questa ‘idiosincrasia’, finirà che torneremo tutti a comprare la frutta e la verdura di plastica perchè costa meno. Oppure, vi prego: smentitemi.