Il blog di Viola Venturelli

Racconto storie. Parlo di Startup e Lavoro. Giornalismo e Marketing. Cibo e ambiente.E di ciò che mi passa per la testa.

Arrivare a Israele

Dopo i primi dieci giorni di permanenza a Israele sono pronta ad un primo bilancio della mia esperienza. Innanzitutto mi vorrei soffermare sul significato di arrivare a Israele. Arrivare a Israele significa essere partiti e questo non è del tutto scontato.

Mentre io non ho avuto nessun problema a imbarcarmi, la mia compagna di viaggio, che ha scelto la compagnia di bandiera, è stata fermata al check-in, le è stato chiesto di firmare una delibera e da lì le è stata aperta e rotta la valigia mentre lei non era presente, il suo bagaglio a mano, invece, le è stato sottratto per svariati minuti per il controllo, mentre lei veniva sottoposta ad un continuo e ripetitivo interrogatorio. Qui il controllo sicurezza è un controllo capillare, scrupoloso, attento: gli agenti ripetono più volte le domande per essere sicuri delle risposte dell’interrogato.

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Arrivare a Israele significa atterrare in un luogo dove al posto di gruppi di turisti armati di macchine fotografiche che, ancora prima di essere scesi dall’aereo, iniziano il reportage delle loro vacanze, la compagnia di volo precisa che per motivi di sicurezza non si possono scattare foto né in volo né una volta giunti in aeroporto. Arrivare a Israele significa viaggiare con ebrei osservanti, ebrei laici, ortodossi dal grande cappello che ripongono accuratamente nella propria scatola, religiosi di svariate confessioni cattoliche e ondate di pellegrini. Arrivare a Israele significa poi essere accuratamente interrogati alla frontiera, dove all’esibizione del passaporto seguono puntigliose domande: cosa sei venuta a fare? Quanto ti fermi? Perché viaggi da sola? Chi è tuo papà? Eccetera eccetra. E, infine, arrivare a Israele significa togliersi il giubbotto del freddo che a ottobre invade già molte città d’Italia e tornare a vivere l’estate.

La vita qui è fuori da ogni logica per chi non è abituato. Gli ebrei sono chiusi nel loro mondo “ordinato”: pare che quando si chieda loro come stiano, loro siano soliti rispondere “tutto in ordine”. E la loro vita, in effetti, è ordinata e precisa: strade asfaltate senza il minimo cedimento, costruzioni tutte simili, cantieri continui. Il sabato è il giorno di festa e alcuni villaggi ortodossi chiudono addirittura la sbarra per fare in modo che gli ebrei osservino il giorno di riposo e non vadano per la città. Le sbarre, d’altro canto, sono utilizzate anche per non consentire l’accesso ai palestinesi, così come anche nelle zone palestinesi ci sono cartelli che impediscono l’accesso agli ebrei. Ora, ad esempio, mi trovo a Betlemme che è sul territorio palestinese, dove possono circolare solo le macchine di palestinesi o di arabi israeliani. Teoricamente i palestinesi non devono entrare nella zona ebraica (praticamente tutto Israele!) e gli ebrei in quella palestinese, ma è qualcosa di molto difficile da comprendere perché, nonostante questo muro terribile che divide la città a singhiozzo (non è un muro continuo, ma a serpentina), le abitazioni degli ebrei e quelle dei palestinesi sono a macchia di leopardo, quindi, ad esempio, ci sono cento abitazioni di ebrei e vicino venti case di palestinesi. Sono due mondi vicinissimi che sembrano non aver nessuna voglia di toccarsi o amalgamarsi. Il mondo palestinese è tutto in divenire: anche qui ci sono cantieri continui, molti dei quali abbandonati, macchine di grossa cilindrata e palazzi da Mille e una notte, poi però siamo senza acqua da tre giorni!

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Da qualche giorno è appena terminata la festa araba di Eid al-Adha, la festa del sacrificio. Dopo aver visto belle pecorelle pasciute al pascolo, una mattina me le sono ritrovate fuori casa, sgozzate e sospese su fil di ferro, come panni su uno stendino. E ancora una volta questa triste visione mi ha fatto pensare a come è strano questo mondo dove ogni confessione religiosa sembra possibile e sembra poter coabitare: qui si alternano preti di fede cattolica e imam, ebrei laici, ebrei osservanti con la kippah e ebrei ortodossi con i riccioli e il cappello con la falda larga, ebree vestite con abiti moderni e ebree con la tipica cuffia, arabi che fumano narghilè e masticano melograno, arabe con un accenno di velo e arabe quasi velate integralmente e con indosso l’impermeabile che copra anche i piedi, arabe ben coperte, ma che si fermano davanti alla vetrine dei negozi di moda che vendono abiti da sirena pieni di lustrini e vestiti succinti.Come si alternano i vari prototipi di umanità, così si alternano anche le strutture: chiese cristiane sorgono accanto a moschee che sorgono a loro volta accanto a istituti religiosi di suore, focolarine, francescani e più svariati ordini.
E in questo strano ordine-disordine rientra anche il sacrificio di centinaia di montoni, i cui fiotti di sangue che sgorgano per le strade non sembrano stupire nessuno tra i locali, così come sembra non tangerli anche il fatto che i bambini assistano a questa macabra visione. Lungi dall’idea di pecca educativa che la mentalità occidentale attribuisce alle visioni splatter, i più piccoli, assieme ai più grandi, sono parte integrante nel cerchio che si stringe a vedere il sacrificio dell’animale.

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Informazioni su aliceannicchiarico

Giornalista pubblicista, classe '86, laureata in Lettere Moderne più per passione che per lungimiranza. Più di tutto amo i gatti (ne ho due: Sophie e Holly), i viaggi e lo shopping compulsivo e consolatorio.

2 commenti su “Arrivare a Israele

  1. Dino e Grazia
    01/11/2013

    Ciao Alice,
    abbiamo avuto l’impressione di stare al tuo fianco … in viaggio con te… e vedere e capire i luoghi che hai descritto…perfetto.CI PIACE !
    Grazia e Dino

    • alicea86
      01/11/2013

      Grazie! Che bello! Un abbraccio a tutti e due. Alice

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